INTERVISTA FATTA ALLA LIBRERIA DEGLI SCONOSCIUTI:

 

 

 

01

1/ La prima domanda che ho voglia di fare è: chi è Giovanni Galleggianti ?

 

Sono un Italiano di Francia dal 1972, arrivato in questo Paese per studiarvi la lingua francese dal vivo, nella vita quotidiana e al lavoro. Tutto questo senza frequentare nessuna scuola o università. Mi ero proposto a me stesso un soggiorno di due anni per avere una padronanza totale nel parlare questa lingua come un Francese. Ma la scoperta della sua letteratura, la più brillante della Terra, mi costrinse à restarci definitivamente per studiarla insieme alla lingua. Tutto questo con i miei poveri mezzi, lavorando la notte durante 35 anni, nell’industri di Grenoble, prima come operaio e dopo come Caposquadra di produzione.

 

2/ Da quanto tempo lei scrive?  

 

Dal 1973, anno in cui, leggendo in francese un piccolo libro del filosofo inglese Bertrand Russell, io ebbi la rivelazione delle mie capacità analitiche della Storia, con lo scrivere in tre mesi, e in italiano, un libro di storia, senza mai darlo alla stampa.

 

3/ E' la prima volta che lei pubblica un libro?

 

Le mie prime pubblicazioni datano dal 2014, anno in cui, libero infine da qualsiasi attività di lavoro, io ho potuto dedicarmi alla pubblicazione dei miei libri scritti e tradotti dal 1973 in poi : quattro libri pubblicati nel 2014 ; tre nel 2015.

 

4/ Qual'è il più importante consiglio che le hanno dato?  

 

« Prima di mettervi a scrivere, diventate ricco. I vostri soldi vi aiuteranno a sopportare le difficoltà riscontrate per farsi pubblicare» (Voltaire).

 

5/ Lei ha certamente dei metodi, dei riti... Come lavora?

 

Quando lo permette il tempo e la meteorologia, io faccio uscite quotidiane di tre ore a piedi o in bici. Solo e munito di carta e penna. Le mie idee si sviluppano pedalando o marciando. Scrivo a caldo ogni volta che mi arriva un’idea, fermandomi, per farlo, sui cammini o sulle strade. E’ molto importante per me di annotare subito l’idea sgorgata dal mio cervello. Scritta molto più tardi, la riflessione perde della qualità genuina dell’ispirazione e del suo valore stilistico e letterario. Le pagine dei miei libri sono nate e sono state scritte, al 90%, sulle strade e sui cammini di Francia, il mio cervello nutrendosi dell’ossigeno delle montagne e dei sentieri delle foreste di Francia.

 

6/ Da dove riceve lei la sua ispirazione letteraria?  

 

La mia conoscenza deriva dall’esistenza della vita, fatta di difficoltà e di disperazione, di sogni e d’illusioni, di difficoltà e d’impotenza, di fortuna e di riuscita. Come pure dell’amore che io porto alla filosofia e alla sociologia politica delle persone e dei popoli, e al Paese che ha saputo inculcarmi queste passioni, la Francia.

 

7/ Come costruisce lei i suoi personaggi?  

 

I miei personaggi non esistono. Io non mi preoccupo di loro, ma del loro spazio di esistenza. 

Tutto ha inizio dalla terra. Faccio crescere in qualche mese il tronco d’albero del mio libro, fidandomi della mia memoria storica e letteraria, avente come base del tronco una teoria conduttrice. In seguito, durante le mie uscite sportive in bici p a piedi, io raccolgo le ispirazioni che arrivano, cioè i rami d’albero che, di ritorno a casa mia, io innesto a questo tronco originario.

 

8/ Si identifica lei a loro?

 

Io mi identifico totalmente ai miei personaggi ispiratori. Scomparsi già da molti secoli, essi rivengono nel mio secolo, permettendomi cosi, la sera arrivata, di discutere lungamente con essi della loro scienza e dei loro libri.

 

9/ Quale consiglio darebbe lei agli amanti dello scritto? 

 

Io ho un principio : mai scrivere per il semplice piacere di scrivere. Ma solamente di annotare le ispirazioni naturali che arrivano e che non bisogna mai andare a cercare. O arrivano e allora le si annota, o non arrivano e allora si legge qualche libro per consolarsi di questa mancanza di ispirazione. 

 

10/Quali sono i suoi autori preferiti?  

 

I miei autori preferiti sono : Machiavelli e Indro Montanelli per l’Italia; Voltaire, Jean-François Revel e Celine per la Francia; Will Durant e Bertrand Russell per la Storia e per la Filosofia; gli storici greci e romani per l’Antichità. Senza la conoscenza di questi autori, io sarei rimasto un povero emigrante siciliano di Francia, incatenato dalle mie tradizioni e dalle mie certezze, come tanti emigranti. Un autentico imbecille per quanto mi riguarda.

 

11/ Cosa legge lei in questo momento?  

 

« Perché non sono cristiano » di Bertrand Russell. Je le lis une fois par an depuis 1972. Ce fut à l’époque, 1972, le livre qui provoqua dans mon cerveau un authentique cataclysme nucléaire de la connaissance analytique. Sans ce livre je serais resté un pauvre Sicilien immigré en France, borné dans ses traditions et dans ses certitudes, comme beaucoup d’immigrés, un authentique imbécile pour ce qui me regarde.

12/Potete parlarci del vostro ultimo libro pubblicato ?

  

« Le Machiavélisme pour tous », è stato pubblicato nel dicembre 2015 dalla Casa editrice Filosphere di Montpellier in Francia. Si tratta di un libro proposto agli studenti di politica e a tutti coloro che lavorano nel dominio della politica. La Bibbia essendo un libro divino, il libro umano più tradotto al mondo è Il Principe di Machiavelli. Un piccolo libro di cento pagine che tutti i politici studiano in sottomano. Io ho voluto mettere alla disposizione di questi due gruppi, gli studenti e i politici, le 1500 pagine di Machiavelli, concentrate in un libro di 250 pagine e 100 pagine di miei commenti. Questo libro sarà pubblicato nella sua traduzione italiana, in Italia, fine 2016.

13/Dove si possono comprare i suoi libri ? 

   

Da www.Filosphere.com, presso l’auteur galleggianti945@aol.com, presso www.Amazon.fr alla www.FNAC.com come pure presso www.Priceminister.com. Si possono anche ordinare, presentando il nome dell’autore o il titolo dell’opera, in tutte le librerie d’Europe.

14/Avete in mente altri progetti ?

Attualmente,  traduco in italiano il mio ultimo libro pubblicato in francese: « Le Machiavélisme pour tous ». E preparo, anche, un libro di riflessioni filosofiche per 2017.

   

15/ Avete date importanti per la vostra futura attività letteraria?

Partecipazioni a quattro – cinque congressi e saloni letterari. Un dibattito televisivo in Italia, come quello avuto nel settembre 2015 su:  https://www.youtube.com/watch?v=Hc2U43jRGhY

16/ Dove si possono avere altre informazioni riguardanti la sua attività letteraria ?

Su Google « Giovanni Galleggianti » - Su Facebook « Giovanni Galleggianti » come pure sulla mia pagina speciale Facebook « Giovanni Galleggianti écrivain ». E soprattutto sui miei due siti Web: www.galleggianti-it.com per l’Italia, e www.galleggianti-giovanni-fr.com per la Francia.


 

 

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TRE INTERVISTE FATTE AL SETTIMANALE , "IL FATTO POPOLARE" DI SCIACCA, NEL 2015 e nel 2016:

 

 

 

 

 

 

 

 

02

"LA STORIA D'ISRAELE VISTA DAGLI ANTICHI
POPOLI DELLA PALESTINA
" Dl GIOVANNI GALLEGGIANTI:

 

"La storia d'lsraele vista dagli antichi popoli della Palestina" è un testo scritto dal saccense, francese d'adozione, Giovanni Galleggianti. ll volume, già pubblicato in francese nel 2014, oggi è stato stampato anche in italiano dall'agenzia di comuni­cazione di Sciacca "Melqart Communication" e sarà presenta­to a settembre alla presenza del!'autore. Ne abbiamo parlato, per saperne di più, proprio con Giovanni Galleggianti che ci svela i retroscena e lo sfondo storico-filosofico che ha portato alla nascita di questo libre molto interessante.

 

 

Il Fatto Popolare: "La storia d'Israele vista dagli antichi popoli della Pa­lestina". Perché questo titolo? Perché questo cambio di prospettiva nell'analisi di questa que­stione storica?

 

La Storia di un popolo, base prima su cui poggia la nascita di una tribù, di un popolo, di una nazione, è più che suffi­ciente per trasmettere i fatti e le tradizioni di questo popolo ai suoi discendenti. Ma quando questa Storia di un popolo della Palestina serve come base fondatrice della Storia di due terzi delle nazio­ni del mondo, allora il filosofo, lo storico indipendente, deve,

per dovere scientifico, analiz­zare, davanti al Tribunale della Storia, questa storia per conoscere la Verità, tutta la Verità: quella di questo popolo e quella dei popoli vicini con­dannati dall'Accusa a essere considerati, come tutti i nemici, malvagi e condannati in eterno. Nel Tribunale della Storia, da tremila anni a questa parte, si è sempre ac­cettato il parere dell'Accusa, senza mai avere dato la parola alla Difesa. Questo libro difende questi popoli, in­giustamente accusati.

La Difesa avrà forse torto a difenderli, ma nella Storia del Diritto, questi popoli, buoni o cattivi, hanno il diritto di essere difesi. 

 

Il Fatto Popolare: Cosa ti ha spinto a far cono­scere questo testo anche in Italia e, in particolar modo, nella tua Sciacca, dopo la pubblicazione in Francia?

 

Il dovere di trasmettere ai miei compaesani quelle che ho scoperto altrove, e che non avrei mai potuto scoprire nell'atmosfera di Sciacca. Quando uno lascia il suo Paese per andare a vivere in un altro, parte con pochi soldi e molti dubbi, molti interrogati­vi. Le risposte a questi dubbi, a questi interrogativi, le ho tro­vate in Francia e soprattutto nella letteratura francese, della Storia e della Filosofia, con la scoperta della chiave analitica della Storia antica.

 

Il Fatto Popolare: Israele e Palestina portano avanti da anni una guerra sanguinosa. In che modo, secondo te, si potrebbe rag­giungere una pace stabile e duratura?

 

Questi due Popoli non portano avanti da anni una guerra sanguinosa, ma da secoli. Trenta secoli di massacri nel nome di un Dio. Questa guerra avrà fine il giorno in cui i due terzi della popolazione di questi popoli non crederanno più in questa Storia d'Israele, e si combatteranno secondo il vaglio della Storia, con l'aiuto del Diritto e non con le armi e con la violenza. Il Popolo palestinese deve porre la sua difesa in mano agli avvocati e agli storici più che nelle mani di fanatici integralisti. Il mio libro è un primo esempio di difesa giuridica.

 

Il Fatto Popolare: Perché un saccense d'origine, che da decenni vive in Francia, decide di occuparsi di storia, saggistica e filosofia delle religioni?

 

Penso che qualsiasi emigrante trova nel suo secondo paese di esistenza, una nuova possibilità di esprimersi, in tutta indipendenza e in una nuova dimensione. Questo in qualsiasi disciplina: che sia la costruzione, la politica, la criminalità o la Storia. Un emigrante qualsiasi riesce quasi sempre e meglio in un altro Paese che nel suo. A cominciare dalla prima lezione: la conoscenza di una nuova lingua per esprimersi, per leggere e per scrivere. Saccense a Sciacca conoscevo due lingue, la siciliana e l'italiana. E adesso tre. Un terzo di più.

 

Il Fatto Popolare: "La storia d'Israele vista dagli antichi popoli della Palestina". Perché questo titolo? Perché questo cambio di prospettiva nell'analisi di questa questione storica?

 

La Storia di un popolo, base prima su cui poggia la nascita di una tribù, di un popolo, di una nazione, è più che sufficiente per trasmettere i fatti e le tradizioni di questo popolo ai suoi discendenti. Ma quando questa Storia di un popolo della Palestina serve come base fondatrice della Storia di due terzi delle nazioni del mondo, allora il filosofo, lo storico indipendente, deve, per dovere scientifico, analizzare, davanti al Tribunale della Storia, questa storia per conoscere la Verità, tutta la Verità: quella di questo popolo e quella dei popoli vicini condannati dall'Accusa a essere considerati, come tutti i nemici, malvagi e condannati in eterno. Nel Tribunale della Storia, da tremila anni a questa parte, si è sempre accettato il parere dell'Accusa, senza mai avere dato la parola alla Difesa. Questo libro difende questi popoli, ingiustamente accusati. La Difesa avrà forse torto a di fenderli, ma nella Storia del Diritto, questi popoli, buoni o cattivi, hanno il diritto di essere difesi.

 

Il Fatto Popolare: Perché consiglieresti la lettura di questo tuo libro?

 

 Prima per dovere: è mio dovere di dare agli amici, ai parenti e ai lettori, l'altra versione della Storia che ho scoperto attraverso i miei studi e le mie analisi. Dopo avere letto questo libro, nessuno potrà mai dire: "non sapevo", ma sarà costretto dal suo dovere di lettore della Storia, a considerare la Storia biblica dagli altri, cioè quella raccontata da un solo popolo, Israele, fra mille popoli nel mondo. Sta a lui accettare l'una o l'altra di queste versioni storiche: quella di questo libro o quella dell'Antico Testamento.

 

Il Fatto Popolare: Cosa distingue la storia d’Israele dalla storia di tanti altri popoli? Come ha influito la seconda guerra mondiale nella considerazione comune di questo Stato?

 

La differenza della Storia d'Israele con quella di altri popoli consiste nel fatto che la maggior parte di questi altri popoli hanno scelto, o sono stati costretti a scegliere, il Dio unico di un popolo, Geova, il dio di Abramo, di Isacco e di Israele. Questa scelta quasi universale ha condotto i popoli a massacrarsi e a massacrare nel nome di un Dio unico, e non a tollerare le fedi religiose degli altri. La Seconda Guerra mondiale non ha avuto secondo me un'importanza capitale nella Creazione dello Stato d'Israele. All'inizio del XX° secolo, le potenze occidentali avevano offerto una parte dell'Uganda agli Ebrei, affinché potessero fondare il Nuovo Stato d'Israele e avere infine tutta una terra per loro. In un Congresso riunitosi per scegliere l'Uganda tutta per loro o la Palestina già abitata dai Palestinesi, fu scelta quest'ultima proposta. Oggi lo Stato d'Israele, derivato da proposte dell'inizio del Secolo XX° e non dalla carneficina della Seconda Guerra Mondiale, fonda la sua esistenza esclusivamente sul Dono fatto dal suo Dio, Geova, al suo popolo. Purtroppo, i Palestinesi, loro nemici, credono nello stesso Dio. Questo libro è la versione storica dei Palestine-si per dimostrare che il loro Dio Unico non ha promesso nulla ai loro nemici di ieri e di oggi. Questa Nuova Storia che propongo ai lettori è costruita su basi storiche, religiose, politiche, sociologiche, psicologi-che, geografiche e geologi-che, cioè tulle quelle discipline che fanno parte di qualsiasi Storia di qualsiasi popolo della terra.

 

                                                           La Redazione di MELQART COMMUNICATION

 

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03

MACHIAVELLI, IL PRINCIPE E IL CAPOSQUADRA di GIOVANNI GALLEGGIANTI

 

Dopo "La storia d’Israele vista dagli antichi popoli della Palesti­na" (numero 147), scopriamo questa volta i retroscena che hanno portato alla stesura di "Machiavelli, il Principe e il Capo­squadra". Entrambi i libri, scritti da Giovanni Galleggianti, sono stati stampati da "Melqart Communication" di Sciacca. l due volumi, che vi invitiamo a leggere, saranno presentati a set­tembre alla presenza dell'Autore. Giovanni Galleggianti, che abbiamo nuovamente intervistato, tornerà a Sciacca apposita­mente dalla Francia dove risiede da tempo.

 

"Machiavelli, il Principe e il Caposquadra" : di cosa parla il tuo libro? Chi sono i reali protagonisti?

 

Questo libro parla dell'uso del Machiavellismo da parte dei deboli che desiderano un mezzo di difesa nella lotta quotidiana contro qualsiasi tipo di strapotere. Ogni debole che lo desidera troverà in questo libro la presentazione e l'accettazione teorica del Machiavellismo come mezzo di difesa e l'esempio pratico della sua utilizzazione per di­fendersi e nello stesso tempo, forse, riuscire nella vita.

 

Perché la figura letteraria, storica e filosofica di Ma­chiavelli ti ha affascinato cosi tanto, più di altri filosofi e storici dello stesso perio­do?

 

Perché di tutti i filosofi, Ma­chiavelli fu il solo a non avere fondato un Sistema Ideologico con la sua filosofia. Fu il solo forse a non cercare mai di in­segnare agli uomini come comportarsi. Ma li descrisse, però, per come si comportano, da sempre: machiavellici. In mezzo a tanti pittori, sculto­ri, architetti e poeti, Machia­velli fu il solo filosofo del Rina­scimento considerato univer­salmente come il Padre della Filosofia politica moderna, prima di Rousseau, di Engel, di Marx, e il Padre della Storia moderna, prima del francese Voltaire e dell'inglese Edward Gibbon. Visse da repubblica­no, scrisse per i repubblicani e morì repubblicano. I suoi av­versari, i Principi di tutta la terra, furono i soli a servirsi della filosofia di difesa, detta machiavellica, fondata per i repubblicani e per i deboli. Non perché leggevano la sua filosofia, ma perché ce l'avevano già nel sangue dalla nascita. Machiavelli presentò nel "Principe" quello che essi avevano nel DNA.

 

Nel libro c'è ampio spazio autobiografico: in che modo la figura di Machiavelli, e di altri filosofi, ha cambiato in meglio la tua vita?

 

Machiavelli lo si può accettare dopo i 25 anni, poiché il suo crudo realismo dell'esistenza umana segue spesso l'illusione degli Idealismi della giovinezza. Machiavelli prende, nell'animo umano, il posto delle religioni quando l'individuo è costretto, debole in tutti i sensi, ad af­frontare la difficile e violenta lotta per la sopravvivenza nella società umana. Posto in una società violenta e tiranni­ca, un debole riuscirà meglio col seguire Machiavelli che col dare ascolto alle massime evangeliche.

 

A chi è rivolto il tuo libro? Perché dovrebbe essere letto?

 

Quando parlo di "deboli", parlo di tutti i deboli: uomini e donne. Il mio libro è rivolto a tutti i deboli che desiderano solamente vivere questa diffi­cile esistenza, senza farsi di­vorare e senza lasciarsi domi­nare. Dall'alba dell'Umanità, il Machiavellismo è sempre stato la sola Arma disponibile per tutti i deboli della terra. Penso sinceramente che qualsiasi persona debole che leg­gerà il mio libro non diventerà potente, ma avrà imparato a ben difendersi dai potenti.

 

Cosa ti ha insegnato la tua vita di emigrante: da Sciacca, a Roma, poi in Germania, fino ad arrivare in Fran­cia? C'è qualcosa che rim­piangi o che ricordi con pia­cere della tua gioventù a Sciacca?

 

Chi esce riesce, dice il prover­bio. A condizione che la Fortu­na ti accompagni. Per avere la Fortuna come alleata (90% dell'esistenza seconda Ma­chiavelli e solo 10% del nostro libero arbitrio), bisogna che un emigrante smetta di credere a tutti i Babbo Natale della Terra. La seconda parte del mio libro mostra la lenta scomparsa di falsi o inutili ideali e l'ingresso nella vita di utili e feroci reali­smi. Debole a Sciacca, a Roma, in Germania e in Fran­cia, non avrei mai potuto scri­vere questo libro se fossi stato un potente. Quello che mi manca di Sciacca è il forte sentimento religioso della po­polazione saccense (non credo alla religione, ma al sen­timento religioso, si!). Mi manca pure il forte sentimento di appartenenza alla famiglia, che non esiste cosi forte in terra straniera. Nella mia gio­ventù a Sciacca, la vita era tal­mente immersa nell'atmosfera storica, sociologica e politica di questa Città, che si dimenti­cava facilmente che esisteva­no altre città altrove, all'infuori di Sciacca. Questa Città era per me, agli inizi degli anni '70, unica, e unica rimane adesso vista dall'estero. E i suoi abi­tanti pure. Tutto è straordinario in questa Città: il buono, il brutto e il cattivo.

 

E' più difficile essere un Ca­posquadra o il Principe im­maginato e idealizzato da Machiavelli?

 

Un Caposquadra debole può essere un Principe, ma anche un Benefattore. Un Principe forte può essere un tiranno o un benefattore. Machiavelli, repubblicano di nascita e nella vita, non ha mai idealizzato il Principe. Ma davanti alle diffi­coltà di fondare con la Tosca­na, una Repubblica Italiana nel Seicento, Machiavelli do­vette rassegnarsi a porre le sue speranze nelle mani dei Principi.

 

"La storia d'Israele vista dagli antichi popoli della Pa­lestina" e "Machiavelli, il Principe e il Caposquadra": due libri, un medesimo filo conduttore, per affermare che cosa?

 

Un solo filo conduttore: la difesa dei deboli attraverso le analisi e le lezioni della Storia, popoli o individui. Nel primo libro difendevo i deboli antichi popoli della Palestina. Non dando loro ragione, ma porgendo loro i mezzi di difesa davanti al Tribunale della Storia. Nel seconda libro, si tratta di fare conoscere ai miei compagni di miseria e di debo­lezza, le armi filosofiche per difendersi. E a tutti i deboli della Terra di smetterla di uti­lizzare le armi del Terrorismo, e di mettere tutte le loro spe­ranze nella sola arma dei deboli: il Machiavellismo.

 

                                                                   La Redazione di MELQART COMMUNICATION

 

 

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04

 

 

Perché ha deciso di scrivere questo compendio sulla filosofia di Machiavelli? E a chi è rivolto.

Mi ero accorto che il suo solo libro conosciuto, e dunque il suo Pensiero, si limitava al  piccolo libro di cento pagine estratte, da Machiavelli, dalle 1500 pagine di tutte le sue Opere. E’ mal conoscere il Filosofo, e la sua Filosofia, leggendo solamente queste cento pagine. Io ho voluto mettere alla disposizione degli studenti di politica, dei politici e dei lettori tutte le opere di Machiavelli racchiuse e commentate in un libro di 400 pagine. Essendo la lingua toscana di Machiavelli, lingua italica del Seicento, io ho voluto adattare il suo Pensiero nella lingua italiana moderna per tutti. Questo libro è come un dizionario del Machiavellismo, e dovrebbe trovarsi in tutte le biblioteche personali di tutti coloro che si interessano alla politica.

 

Per quale motivo il filosofo fiorentino ha influenzato così tanto il suo pensiero ed è da lei amato a tal punto?

 

Leggendo i Sistemi filosofici, ho notato che, di tutti i filosofi, Machiavelli è il solo a non pretendere insegnare un sistema di vita. Egli si limita a mostrare a tutti gli uomini come essi vivono in realtà. Se la filosofia evangelica insegna di porgere l’altra guancia, Machiavelli dimostra che nessuno l’ha mai presentata al suo nemico, tranne se costretto e tranne se di tendenze masochiste. Io mi sono affascinato di Machiavelli perché lo considero come il solo filosofo onesto agli occhi degli uomini e soprattutto agli occhi dei deboli.

 

Quali sono le differenze tra i suoi due libri "Machiavelli, il Principe e il Caposquadra" e "Il Machiavellismo per tutti"

Il primo cerca di convincere il lettore che il Machiavellismo è la filosofia dei Deboli e non dei Principi. Il secondo, invece, è il dizionario delle considerazioni di Machiavelli per permettere a tutti i Deboli di attingere alle riflessioni machiavelliche e alle pratiche dei Principi.  I Principi non hanno bisogno di questo mio secondo libro, poiché ce l’hanno nel sangue dalla nascita. Ma i Deboli, SI! Dal momento della loro nascita, i Deboli hanno bisogno di sei soluzioni per continuare a risolvere i problemi della loro esistenza nella giungla sociale: la Religione, l’Alcool, la Droga, i Medicinali, la Violenza e il Suicidio. In questi due libri, io propongo ai Deboli una settima soluzione. Il Machiavellismo.

Machiavelli ha influenzato anche il suo libro "La storia d'Israele vista dagli antichi popoli della Palestina"?

 

No! Al contrario. Mi ha permesso di meglio comprendere come si comportano gli uomini in tutti i tempi e in tutti i sistemi religiosi e filosofici. Tutto  Machiavelli si ritrova nei libri storici della Bibbia. Niente di strano, dunque, che i libri più tradotti al mondo siano la Bibbia e il Principe di Machiavelli.

Lei vive in Francia da molti anni: il modo di vivere e di pensare che ha la Francia ha influenzato i suoi scritti o è rimasto profondamente italiano e siciliano?

 

Totalmente influenzato! La Francia possiede un Secolo, detto dei Lumi, il Settecento francese il cui sviluppo letterario e filosofico non ha nulla da vedere con il resto dell’Europa. Voltaire, Rousseau, Montesquieu, Diderot vivevano e scrivevano in Francia. Nell’Italia del Settecento non sarebbero nemmeno nati: affogati nella vasca del battistero, durante il loro battesimo. Si fa per dire, ma è cosi. Quelli che ci sono nati e sopravvissuti, si contano sulle dita della mano e, tutti, hanno scritto sotto l’influenza del Secolo dei Lumi, lasciando l’Italia per la Francia, tale il Palermitano Cagliostro o il Veneziano Casanova. Senza dimenticare un Cesare Beccaria ammirato da tutti e soprattutto dalla Francia. Ciò detto, se culturalmente sono diventato Francese, invece nel mio passaporto, nel mio cuore e nella mia testa sono sempre rimasto Siciliano più che Italiano o Francese. Un secondo dopo la mia nascita, il mio cervello si è messo a respirare con l’energia dell’ossigeno presente à Sciacca. I miei neuroni sono dunque impregnati della sua atmosfera saccense e siciliana.

 

Quali sono i suoi obiettivi letterari per il futuro? Forse nuove pubblicazioni?

 

Scrivere un libro sul Machiavellismo utilizzato dai truffatori per imbrogliare la povera gente, credula e senza difesa, svelando ai deboli i trucchi machiavellici (quelli dei truffatori geneticamente senza sentimenti di peccato). Ma per il momento ho altro da fare: cioè diffondere i miei libri in Francia e in Italia, nelle conferenze e nei circoli letterari. Il successo che spero per me e per i miei libri, lo spero anche per la mia Sciacca che lasciai, disperato, 42 anni fa e che racconto, in parte, nel libro pubblicato dalla Melqart Communication di Sciacca, .

  

Perché ha deciso, nonostante la distanza, di editare tre suoi libri a Sciacca con la "Melqart Communication"?

Molti editori, francesi e italiani mi hanno proposto i loro servizi. A parte il fatto che questo mondo dell’edizione è pieno zeppo di fradiciume e di truffatori, io ho sempre cercato di avvicinarmi alla mia città di nascita per farla beneficiare dei miei lavori letterari. Alla “Melqart Communication” ho trovato quello che cercavo, con la sua diffusione attraverso il Fatto Popolare e il dibattito su TVK. La sua lotta utopica contro il marciume mafioso mi ha commosso. Forse mi sbaglio, ma la considero come una sfida alla Don Chisciotte: inutile e coraggiosa. La Mafia e la sua ideologia basata sulla Famiglia, fanno parte non dei Siciliani, ma della tradizione millenaria della terra di Sicilia. Per vincere la Mafia siciliana bisognerebbe distruggere, geograficamente, la Sicilia. Come desiderava farlo l’appuntato dei Carabinieri nel film Sedotta e Abbandonata. Ciò detto, sono veramente stupito che un settimanale come il Fatto Popolare possa esistere con un alto spirito di libertà che tanto mi spinge a credere che qualcosa, in Sicilia, “Eppur si muove!”

Giovanni Galleggianti  

 

 

 

Lo scrittore autodidatta
emigrato in Francia, che
racconta i miti della sua
Sciacca


Intervista a Giovanni Galleggianti, che
presto dovette lasciare la scuola ma è
autore di vari libri, tra cui "Sciacca e dintorni,
miti e leggende"


Una Prof. in America di Filomena Fuduli Sorrentino
30 Gen 2019


"I libri che mi accompagnarono durante la mia vita di emigrante
italiano all’estero, dai tredici ai venticinque anni. In Francia lavoravo di notte come operaio e questo mi impediva di seguire corsi di studi in qualsiasi scuola. Ero comunque allergico agli studi nella struttura scolastica e preferivo divorare libri nella grande biblioteca di Grenoble, dove trascorrevo tutto il mio tempo libero...", racconta Giovanni
“Prima di mettervi a scrivere, diventate ricco. I vostri soldi vi aiuteranno a sopportare le difficoltà riscontrate per farsi pubblicare” (Voltaire)
Lo scrittore Giovanni Galleggianti è un Italiano in Francia, emigrato dal
1972 da Sciacca, protagonista del suo ultimo libro “Sciacca e dintorni, miti e leggende”. La storia di Giovanni rispecchia quella di tanti altri Italiani che dovettero abbandonare la scuola per aiutare a sfamare la famiglia, e ci dimostra come la sapienza non si acquista solamente con una collezione di lauree ma soprattutto con l’amore per la cultura e per la letteratura.
Giovanni frequentò la scuola fino alla seconda media, imparò da solo a
leggere e scrivere in francese, senza frequentare la scuola in Francia e senza maestri privati. Ha sempre avuto la passione per la cultura e la letteratura, anche se non ha mai sentito l’esigenza di possedere una laurea. In Francia ha appreso la lingua dal vivo, nella vita quotidiana, e lavorando la notte per 35 anni, nell’industria di Grenoble, prima come operaio e poi come Caposquadra di produzione.
Ispirato dalla sua passione per la lettura e dai suoi autori preferiti come Machiavelli, Indro Montanelli, Voltaire, Jean-François Revel, Will Durant, e Bertrand Russell, incomincia a scrivere. Le sue prime pubblicazioni iniziano nel 2014, l’anno in cui diventa libero da qualsiasi attività di lavoro e trova il tempo per dedicarsi alle pubblicazioni dei suoi libri scritti e tradotti dal 1973 in poi: quattro libri sono stati pubblicati nel 2014, tre nel 2015, e il suo ultimo libro “Sciacca e dintorni, miti e leggende” nel 2018.


Giovanni, lei racconta che ha frequentato solo la seconda media a
Sciacca, eppure ha pubblicato parecchi libri. Lei ha anche studiato in
Francia dopo essere emigrato?


“Ho interrotto gli studi senza finire la terza media per due ragioni: il bisogno di lavorare per aiutare mio padre a sfamare la famiglia e il mio disinteresse verso per la scuola. Quindi, la mia conoscenza letteraria deriva praticamente dalla mia esperienza fatta di disperazione, di sogni e d’illusioni, di difficoltà e d’impotenza, di sfortuna e di riuscita. Avevo perso il mio interesse per la scuola per l’incapacità di seguire le lezioni, a tredici anni ero incapace di fare una divisione a due cifre o di capire la differenza fra la lingua francese e quella italiana, e così invece di andare a scuola incominciai a lavorare come aiutante elettricista. Ma nonostante non andassi a scuola ho sempre avuto sia la passione di imparare e di leggere, sia l’amore per la letteratura e la filosofia, e con i miei pochi guadagni compravo libri d’occasione che divoravo nei miei rari momenti liberi dal lavoro.
Furono libri che mi accompagnarono durante la mia vita di emigrante italiano all’estero, dai tredici ai venticinque anni. In Francia lavoravo di notte come operaio e questo mi impediva di seguire corsi di studi in qualsiasi scuola. Ero comunque allergico agli studi nella struttura scolastica e preferivo divorare libri nella grande biblioteca di Grenoble, dove trascorrevo tutto il mio tempo libero. Dopo tre mesi passati in Francia riuscivo a leggere facilmente libri senza avere mai studiato il francese. Però durante il primo anno ero incapace a scrivere una sola riga in francese. Passato un anno in Francia, e dopo aver letto un libro del filosofo Bertrand Russell, ebbi la rivelazione delle mie capacità analitiche della Storia che mi condussero a trascrivere tutti i miei
pensieri in un libro scritto in italiano: “La Storia d’Israele vista dagli antichi popoli della Palestina”, che fu rifiutato dalla casa editrice Rizzoli perché troppo in anticipo sui tempi per questo soggetto”.


Nonostante lei viva in Francia da moltissimi anni, dedica un libro alla
città di Sciacca. Qual è stata la motivazione di questo libro?


“Vivo all’estero da 53 anni e in Francia dal 1972, mentre ho vissuto in Italia e in Sicilia durante i primi 20 anni della mia vita, lavorando dalla mattina alla sera per guadagnare di che sopravvivere. Nel 1945, la città di Sciacca mi diede il primo mio respiro di ossigeno sviluppando il mio cervello, quindi merita il mio riconoscimento per avermi dato la vita e un pensiero da intellettuale. Ho voluto raccontare la storia di Sciacca con uno stile semplicee non accademico, affinché tutte le persone che come me non hanno avuto imezzi e le possibilità di studiare possano leggere il libro e capire. Ho raccolto le storie, passeggiando con gli Sciacchitani, che espongono i segreti storici e sociali della città”.


Sono incluse storie personali da lei vissute da bambino nel libro? Oppure sono tutte storie basate su leggende e miti?


“Entrambe le cose sono incluse nel libro in tre periodi diversi. Il libro è
storico, ma il contorno è fatto di miti e leggende per far amare meglio la storia di Sciacca. Nel capitolo 22, la leggenda mitica degli Ateniesi Dedalo e Icaro accompagna la vera storia sciacchitana della catastrofe del dirigibile francese “Dixmude”. Con un po’ d’ironia cerco di mantenere viva l’attenzione del lettore anche nella tragedia. Cosi, nel capitolo 6, il lettore scopre, sempre con un pizzico d’ironia, l’incontro del vero CristoforoColombo con i veri Fidel Castro e Barack Obama nel tempo pirandelliano dell’immaginario, e questo permette al lettore di avere voglia di continuare a leggere un libro di storia sciacchitana”.


Quanto c’è di vero nella storia che racconta nel capitolo 19 “Sciacca,
Garibaldi e la conquista del Regno di Napoli”? Storia o leggenda? Fu
veramente una storia di “corna”?


“Assolutamente! Il bambino che nacque dopo il matrimonio di Garibaldi con la marchesina di diciannove anni fu poi riconosciuto dal vero padre. Senza queste “corna”, la storia d’Italia Unita non sarebbe forse mai esistita, poiché il 53enne Garibaldi avrebbe passato una lunghissima luna di miele in qualche parte dell’America Latina con la sua minorenne, e mai avrebbe preso il comando della spedizione dei “Mille”. È triste a dirsi, ma noi Italiani siamo forse il prodotto di un paio di “corna””.


Nel capitolo 26 parla del film “In Nome della Legge”, girato a Sciacca nel 1948. Secondo lei perché il regista genovese Pietro Germi scelse Sciacca per girare il film?


“Secondo me, e ne parlo in un capitolo che sarà pubblicato nel volume
secondo di “Sciacca e dintorni”, tutto era una questione di soldi. L’Italia era nuda e senza una lira. Si producevano film con mille lire, laddove le comparse costavano una lira. Germi, secondo me, girò “In Nome della Legge” per due ragioni: mostrare agli Italiani il contrario dell’Italia del Nord, e dire all’Italia che la Sicilia faceva parte della Sicilia e nello stesso tempo della nuova Italia del dopoguerra. In breve, contribuire, con il Pretore Massimo Girotti, a trasformare i Siciliani in Italiani. Cosa che secondo me, vista dal mio passato, riuscì: il periodo degli anni ’60 e ’70”.


Sono stati girati altri film a Sciacca?


“Tre film in tutto. “In Nome della Legge” e “Sedotta e abbandonata” sempre di Pietro Germi, e un piccolo film documentario di tre giorni, girato dal nipote di Luchino Visconti e del quale parlo nel capitolo 42. Il documentario trattava della partenza di un migrante italiano per l’America, e descriveva gli ultimi istanti passati accanto alla fidanzata. In questo periodo, per paragonare la relatività del tempo, si telefonava a New York prendendo un appuntamento telefonico tre mesi prima. Le trasmissioni telefoniche avvenivano attraversoc avi sottomarini. Ero io, piccolo fattorino, che portavo l’annuncio: tale giorno, tale ora, tale minuto. E i due, fratelli o sorelle, che non si vedevano da trent’anni, si parlavano piangendo, con lacrime che i cavi sottomarini accompagnavano, attraverso l’acqua dell’Oceano Atlantico, fino a New
York”.


Il libro contiene 352 pagine divise in 50 capitoli: dove ha trovato le storie da lei scritte? Sono ricordi conservati da bambino, oppure ricerche fatte durante gli anni?


“Entrambe le cose. Devo riconoscere che da bambino ero un vero somaro a scuola, ma possedevo un’autentica curiosità analitica di tutto quello chesuccedeva attorno a me. Anche se non capivo quello che succedeva al momento, e la gente mi prendeva per un imbecille, con il tempo nella mia mente tutto ritornava chiaro. E così il giorno dopo passavo il tempo ad analizzare e a capire quello che era successo il giorno prima, mentre coloro che avevano subito compreso al momento il giorno dopo avevano dimenticato tutto e per sempre senza dare importanza ai fatti. Questo libro è stato scritto in tre mesi, ma è il frutto di migliaia di note conservate nel mio cervello durante decine di anni. Poi qualcuno, o qualcosa, accende la miccia, e tutto il contenuto di venti anni di pensiero esplode in lettere, e questo fuoco d’artificio di un istante si posa in due o tre mesi sulle pagine bianche di un libro”.


Ha altri progetti su Sciacca per il futuro?


“Attualmente lavoro alla traduzione di questo libro in francese, per

presentarlo ai numerosi turisti francesi che ogni anno visitano Sciacca. Sarà un libro venduto esclusivamente negli alberghi. Nello stesso tempo sto scrivendo il secondo volume di “Sciacca e dintorni” con altri 50 capitoli. Sempre nello stesso stile di italiano semplice.


Io insegno italiano a New York e cerco di promuovere la nostra lingua e cultura all’estero. Ci può raccontare in che modo la Francia promuove la nostra lingua e cultura nelle scuole?


“La lingua italiana e la sua cultura sono state presenti sempre in Francia, grazie a diverse cose: l’arrivo dei migranti nelle miniere di carbone, dei boscaioli bergamaschi nelle foreste di Francia, dei manovali muratori dal Sud d’Italia, della presenza di 80 consolati italiani (uno per provincia), di decine di Istituti della Cultura Italiana e degli aiuti sociali cattolici dell’A.C.L.I., il  generosissimo sindacato cattolico che assiste gli Italiani senza titoli di studio. Oggi, purtroppo, la crisi economica italiana ha fatto svanire tutto questo. Degli ottanta consolati ne restano solo cinque. Gli Istituti della Cultura Italiana piangono i felici anni in cui esistevano anche gli Istituti per laCultura. A Grenoble, la Silicon Valley della Francia (500.000 abitanti), solo l’A.C.L.I. esiste ancora. E l’Ufficio italiano di Grenoble serve solo a dare il visto agli emigranti rifiutati dalla Francia e che desiderano tentare la loro fortuna in Italia. Come membro di un’associazione per promuovere la lingua italiana devo riconoscere che i francesi e i discendenti degli italiani preferiscono altre lingue a quella italiana: l’inglese, il tedesco, lo spagnolo, e il cinese. Gli abitanti dell’Europa riconoscono tutti che l’Italia è il centro del mondo ma tuttavia non è il mondo di oggi, o al passo con i tempi”.


Cosa ne pensa della situazione degli sbarchi degli emigranti proprio nella costa siciliana e nei pressi di Sciacca?


“Non ho mai visto durante i miei viaggi annuali a Sciacca nessun naufrago e nessun emigrante, poiché questi emigranti preferiscono allontanarsi dai luoghi dove approdano, e quindi dalla Sicilia, per andare il più lontano possibile dove sarà più difficile rimandarli in Africa. Abbiamo invece molti emigranti degli ex Paesi sovietici, che vivono come possono, cercando di integrarsi con i Siciliani e gli Sciacchitani. Purtroppo, i primi migranti africani che vidi a Sciacca sono stati nel cimitero all’interno di numerose tombe, con il loro nome, sempre lo stesso: SCONOSCIUTO, SCONOSCIUTA, BAMBINO sconosciuto, BAMBINA sconosciuta. Erano i soli emigranti che il mare africano rigettava sulle coste dell’Europa e ai quali l’Italia esausta offriva infine una tomba e un tetto”.


Il governo italiano recentemente ha dato la colpa alle politiche ancora
“colonialiste” della Francia. Lei pensa che siano fondate le accuse del
governo italiano verso la Francia?


“Sette miliardi di esseri umani! E tutti devono mangiare ogni giorno, ogni anno, per tantissimi anni! La Francia colonialista? C’è qualcosa di vero in queste accuse, ma non penso che sia di tale importanza. Oggi il colonialismo, vero o nascosto, non serve a nulla. L’Africa ha bisogno di eserciti coloniali europei, ma fatti di professori, d’ingegneri, di dottori e di specialisti agrari. Se questo si chiama colonialismo, allora viva questo tipo di colonialismo. Il  problema sta altrove: nella mondializzazione dell’economia che non habisogno di eserciti per difendere la ricchezza ma di banche. Ho l’impressioneche gli italiani pensano ancora alla vera epoca coloniale. Tutto questo è finito.
Le baionette sono state rimpiazzate dall’influenza politica che si appoggia non sugli eserciti, ma sull’economia, sulle banche, sulle scuole e sulla ricerca scientifica. I paesi più ricchi sono oggi coloro che fabbricano telefonini e non cannoni. E non si difendono i telefonini con i cannoni. Ma al contrario. La Francia e l’Italia vivono diversamente: la prima, è divisa in dieci partiti al massimo, mentre i 65 milioni di italiani sono divisi in 65 milioni di partiti. In entrambi casi, nel patriottismo della Francia e nell’individualismo italiano,esistono naturalmente il buono, il brutto e il cattivo. Bisogna imparare a vivere, globalmente, con le proprie qualità e i propri difetti, e senza pensare ai
difetti degli altri Paesi, ma del mondo intero”.

IL MACHIAVELLISMO PER TUTTI

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